Conservazione e Archiviazione Digitale: il Rischio dell’Oblio della Memoria

Pubblicato in: News il giorno: 23 febbraio 2016

In un articolo pubblicato su “Tom’s hardware”, viene analizzata una nuova tecnologia elaborata dai ricercatori dell’Università di Southampton per evitare che il rapido e costante invecchiamento/deterioramento dei supporti di archiviazione documentale rischi di far perdere alle generazioni future la memoria del presente e del passato.

Conservazione e Archiviazione Digitale: il rischio dell’obsolescenza digitale

Secondo “Tom’s hardware”,  i problemi sono cominciati quando alla carta sono subentrati i supporti magnetici, magneto-ottici, digitali. Nelle biblioteche, nei musei e negli archivi, custodiamo e compulsiamo papiri, incunaboli e altri documenti di molti secoli fa, ma abbiamo difficoltà ad ascoltare un nastro registrato nel 1940, a decodificare una scheda perforata IBM, a “leggere” un floppy-disk da 12, 8, 5¼, 4, 3 o 3½ pollici o un CD-ROM. Gli archivisti hanno gli stessi problemi con le fotografie, film e video, che vanno trasferiti e riversati su supporti più “freschi”.
Insomma, una perenne corsa contro il tempo e l’obsolescenza digitale. Bit rot, data degradation, data decay, data rot, software rot sono definizioni colloquiali di un fenomeno che può essere fisico, tecnologico e temporale e porta alle stesse conseguenze: i “contenitori” e i software per i dati invecchiano precocemente. Riusciranno le generazioni future a leggere i dati custoditi in floppy-disk, CD, DVD, pennette USB, schede SD, hard disk, unità a stato solido e persino nel cloud?
Scienziati, informatici, istituzioni culturali, musei e biblioteche lavorano da decenni per evitare che il buco nero dell’obsolescenza ingoi la memoria del sapere contemporaneo. Nel 1986 la BBC mise in cantiere l’ambizioso progetto Doomsday, per catalogare la storia della Gran Bretagna. Furono usati videodischi da 12 pollici, che già quattro anni dopo erano superati, tanto da costringere i tecnici a salvarli su nuovi supporti usando l’unico player sopravvissuto.

Conservazione e Archiviazione Digitale: come proteggere i dati digitali?

Nel 1995, agli albori di Internet, il prof. Jeff Rothenberg pubblicò su Scientific American un saggio sulla longevità dei dati digitali: con una rivoluzione paragonabile all’invenzione della stampa, se non addirittura a quella della scrittura, la tecnologia dell’informazione sta sconvolgendo i nostri metodi di conservazione elettronica e digitale. I documenti digitali di oggi hanno un’importanza storica unica, ma sono molto più delicati del supporto cartaceo: perciò la cronaca di tutto il nostro tempo può dirsi in pericolo.
Ecco perché i ricercatori dell’Università di Southampton hanno riacceso la speranza con l’annunciata soluzione per l’archiviazione di dati digitali capace di sopravvivere miliardi di anni. Come ha raccontato qualche giorno fa Manolo De Agostini, il centro di ricerca optoelettronico dell’ateneo ha usato un vetro nanostrutturato per sviluppare un processo di registrazione e lettura di dati digitali in cinque dimensioni (5D) sfruttando un laser a impulsi ultra brevi (femtosecondi).
La codifica avviene in “cinque dimensioni” perché alla grandezza e all’orientamento si aggiunge la posizione tridimensionale delle nanostrutture. Le nanostrutture autoassemblanti cambiano il modo in cui la luce viaggia nel vetro, modificando la polarizzazione della luce che, successivamente, può essere letta grazie alla combinazione di un microscopio ottico e un polarizzatore.
Il piccolo disco in vetro consente di ospitare fino a 360 TB di dati, è termicamente stabile fino a 1000 °C e ha un periodo di vita virtualmente illimitato a temperatura ambiente (13,8 miliardi di anni a 190 °C).
La digitalizzazione dei documenti è ormai già realtà, la sfida ora è riuscire a preservare perfettamente nei secoli a venire tutto il materiale digitale raccolto e non permettere che vada perduto.

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