L’ambiente si salva solo se si impegnano sia il pubblico che il privato…

Pubblicato in: Approfondimenti il giorno: 20 Giugno 2019

Il 2019 passerà alla storia anche come l’anno della contestazione giovanile guidata da Greta Thunberg, l’attivista svedese che è riuscita a sensibilizzare le folle mondiali sui temi dello sviluppo sostenibile e del cambiamento climatico.

È chiaro che affinché una reale inversione di tendenza possa realizzarsi è assolutamente necessario che tutte le forze in campo, sia pubbliche che private, si impegnino in maniera concreta e senza più rinvii.

Cosa sta facendo, ad esempio, la Pubblica Amministrazione italiana in tal senso?

Tra i “successi” registrati figurano:

  • una tendenza alla riduzione della spesa pubblica per carta, cancelleria e stampati (circa 10 milioni in meno tra il 2017 e il 2018)
  • l’adesione alla campagna “Plastic Free Challenge”, lanciata a giugno 2018 dal Ministro dell’Ambiente per liberare gli uffici dalla plastica, promuovendo attività di sensibilizzazione e informazione
  • una maggiore attenzione alla riqualificazione energetica del patrimonio immobiliare pubblico (si tratta del 3% annuo della superficie degli immobili della PA centrale).

Eppure la Pubblica Amministrazione italiana non raggiunge ancora la sufficienza nella sostenibilità ambientale, e molte di queste iniziative non risultano formalizzate.

Basti pensare che se in tutti gli uffici pubblici si evitasse la plastica monouso si ridurrebbero 410 milioni di bottigliette di plastica e taglierebbero le emissioni di oltre 27 mila tonnellate di CO2 l’anno.

Questa la situazione del pubblico… e cosa fa invece il privato, intendendo con esso le aziende che investono nell’ innovazione tecnologica green?

Molti sono per fortuna i progetti che puntano a ridurre l’impatto dell’uomo e delle sue attività sull’ambiente, come ad esempio quello della Primaloft, che ha presentato una fibra di poliestere che si degrada in natura, da adoperare per l’isolamento all’interno dei capi di abbigliamento; il Seabin Project con i suoi cestini raccogli-rifiuti di per la raccolta della plastica che infesta i mari; e ancora quello della startup londinese Seawater Greenhouse che ha sviluppato una serra speciale per fronteggiare le carenze alimentari che potrebbero derivare dai cambiamenti climatici.

E in Italia?

Per fortuna anche a casa nostra ci diamo (abbastanza) da fare!

Come nel caso dell’Enea (Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) e dalla start-up pugliese EggPlan: il loro progetto Biocosì punta a utilizzare le acque reflue della filiera casearia per produrre bioplastica per imballaggi e packaging per la conservazione degli alimenti, biodegradabili e compostabili.

E non si tratta di un esempio isolato: il progetto Bioproto (Bioplastic production from tomato peel residues), sviluppato dall’Iit (Istituto italiano di tecnologia) ha studiato dei metodi per il recupero delle bucce di pomodoro e la consecutiva produzione di biopolimeri che potranno essere impiegati per la realizzazione di packaging sostenibile, mentre al Cnr-Istm (Consiglio nazionale delle ricerche – Istituto di scienze e tecnologie molecolari) si sta studiando una plastica rinforzata con fibra vegetale derivata dall’olio di canapa.

Plastica: croce e niente delizia!

Se si parla di plastica non si può non citare la Kartell, azienda milanese specializzata proprio nella realizzazione di oggetti di plastica di design: come si sta regolando con le nuove tendenze/esigenze di sostenibilità ambientale?

Investendo anch’essa nello sviluppo di materiali meno impattanti e polimeri biodegradabili: con l’acquisto del 2% di Bio-on, impresa bolognese che opera nel settore della bioplastica e dei materiali ecosostenibili ottenuti da fonti di scarto di lavorazioni agricole (canna da zucchero e barbabietola da zucchero in primis), l’azienda di design punta a garantire un prodotto bello e con le medesime prestazioni e proprietà termo-meccaniche delle plastiche tradizionali, ma privo delle sue nefaste ricadute in termini di inquinamento.

Insomma, che si guardi al mondo del pubblico o a quello del privato, alle grandi masse o ai singoli, la chiave del successo è sempre la stessa: un cambiamento radicale di mentalità…

È su questa trasformazione dell’approccio che lavoriamo ormai da trent’anni e oltre noi di Copying perché in effetti solo quella consente di capire quanto prolifico e fruttuoso possa essere il passaggio dal cartaceo al digitale (sia nella pubblica amministrazione che nell’imprenditoria privata), quanto indispensabile sia, soprattutto a causa dell’evanescenza del mercato digitale, provvedere a dei sistemi di sicurezza dei propri dati informatici, quanto avere a disposizione un archivio digitale dei documenti ben gestito e organizzato rappresenti un vantaggio notevole, e così via…